mercoledì 25 luglio 2012

Intervento di Morena Mancinelli al Fiesta, durante l'evento "Ti ricordi il futuro?"

Morena Mancinelli
All'interno della tematica "mobilità", ho sottoposto alle istituzioni e ai politici presenti, le problematiche delle donne conducenti di autobus.
"Nella mia attività lavorativa, ho spesso la possibilità di raccogliere gli umori delle donne che lavorano come conducenti di autobus presso la compagnia di trasporto Cotral SpA.
L'azienda ne ha assunte negli ultimi anni circa 300, in uno spirito di promozione delle pari opportunità. Ha dato cosí la possibilità a queste donne di svolgere un lavoro che, almeno in Italia, fino a poco tempo fa era loro precluso. La clientela, all'inizio scettica, é ora invece molto soddisfatta del loro operato, nel senso che vive la donna conducente come piú accogliente e tranquillizzante sotto il profilo della guida. Le nostre donne al volante, è proprio il caso di dirlo, hanno una marcia in più. Per garantire le pari opportunità peró, non basta che un'azienda compia un passo, sebbene coraggioso, come quello che ha compiuto la Cotral assumendo delle donne come autiste. É necessario che anche la politica e la società civile si adoperino affinché queste donne abbiano la possibilità di conciliare la loro attività lavorativa con il loro fondamentale ruolo di mogli e madri. Queste donne non chiedono turni o orari di lavoro agevolati rispetto agli uomini, queste donne non chiedono sconti e non li vogliono. Queste donne chiedono strutture che le aiutino dall'esterno: asili nido con orari piú flessibili; campi estivi agevolati, perché soprattutto quando lavorano durante il mese di agosto, non siano piú costrette a portare i loro figli, come fossero degli utenti, sugli autobus; e ancora, chiedono maggiori controlli delle forze dell'ordine quando fanno il turno di notte (come avviene nel Regno Unito in cui gli autobus sono collegati con le centrali di polizia); maggiori campagne di prevenzione per la loro salute, visto il mestiere usurante che svolgono, sovvenzionate dalle istituzioni. Chiedono in fondo cose che nel nord Europa sono realtà già da tempo. Tutto questo per essere una risorsa sempre piú efficace per la nostra società e per non perdere la loro marcia in più!"

Morena Mancinelli giornalista, é laureata con lode in Lettere e Filosofia e
specializzata in Comunicazione Televisiva e Multimediale e lavora presso
l'Ufficio Stampa della Cotral S.p.A. (Compagnia Trasporti Laziali).

martedì 24 luglio 2012

Il mio intervento al Fiesta, in occasione dell'evento "Ti ricordi il futuro?" organizzato dall'associazione Moderati per la Terza Fase


Matteo (non è un nome di fantasia) è un ragazzo di 21 anni. Se non fosse per l’autismo, che lo tiene prigioniero fin dall’età di 3 anni, magari ora si troverebbe qui al mio posto, sempre se non avesse un contratto di lavoro precario che lo facesse lavorare dalle otto del mattino fino alle nove di sera per 600 euro al mese. Ma questo è un altro discorso.
Lo scandalo non è l’autismo, anche se certi media filantropici vorrebbero farcelo credere e non ci dicono che da esso si può guarire. Ciò che dovrebbe scandalizzare è lo Stato, da sempre fedele alleato di tutto ciò che concorre a far sì che queste sfortune si appesantiscano e si accrescano, grazie ad una burocrazia elefantiaca, grazie a chi con incompetenza fa il suo mestiere, grazie al fatto che i disabili non votano, grazie purtroppo ai tanti falsi invalidi che concorrono alla malafede delle strutture pubbliche.
Un’indagine presentata all’Università “La Sapienza” parla di 40mila persone a Roma con disagio mentale di cui il 75% ha necessità di trattamenti riabilitativi e forme di sostegno per la vita sociale, poiché spesso le famiglie non riescono, da sole, ad affrontare determinati problemi. In questi casi diventa cruciale il ruolo delle strutture assistenziali, di cui molte famiglie interessate purtroppo non sono a conoscenza.
All’età di 18 anni Matteo, ed altri giovani come lui, è costretto a lasciare la struttura riabilitativa nella quale ha vissuto per più di otto anni. Un distacco non avvenuto gradualmente, come qualsiasi terapia riabilitativa impone in questi casi, ma di colpo. Immaginate di tornare a casa e non ritrovare vostro padre e vostra madre, vostra moglie, gli affetti di sempre insomma, ma altre persone, altro ambiente, altre abitudini. Non lo chiamereste abbandono?
Chi avrebbe dovuto controllare? Controllare che questi ragazzi abbiano una cartella clinica aggiornata (e non ce l’hanno); che seguano una determinata cura farmacologica (discutibile in quanto completamente arbitraria). Nessuno, tantomeno lo Stato, ha saputo aiutare Matteo e la sua famiglia a cercare una struttura nella quale poter continuare una parvenza di percorso riabilitativo; una struttura nella quale Matteo potesse crescere e migliorare e non essere abbandonato, lui e i suoi coinquilini, allo stato brado. Chi avrebbe potuto? Gli assistenti sociali? Il Municipio? La Regione? Nessuno ha saputo, voluto o potuto, fare qualcosa di più del niente. Sì, gli assistenti sociali hanno aiutato Matteo e la sua famiglia, ma hanno fatto meno di quanto la burocrazia firmaiola imponesse loro. Il minimo sindacale. Soprattutto per il sostegno psicologico che è mancato al ragazzo e alla sua famiglia poiché, al contrario di quello che tutti pensano, questi ragazzi capiscono molto bene quello che gli succede intorno.
Matteo a Roma è costretto a prendere medicinali che stordirebbero un cavallo, ad Arezzo in una struttura riabilitativa una ragazza nelle stesse condizioni cliniche di Matteo è riuscita a sospendere la cura farmacologica e, ad oggi, lavora presso un supermercato. Perché tanta differenza? Qualcuno lo chiama federalismo, ma c’è evidentemente qualcosa che non va. Non va forse perché gran parte degli assistenti sociali, a Roma come altrove, sono più impegnati a sottrarre spesso arbitrariamente i minori alle famiglie e destinarli in case famiglia, spesso discutibili. Forse perché la politica ha cessato di essere quel modo di sortire insieme dai problemi. Forse perché a Roma siamo troppo impegnati a rincorrere l’edonismo e la bellezza fallace, mentre certe difficoltà sono percepite come uno scandalo. O forse perché per costituire una s.r.l. basta un euro di capitale sociale mentre per una onlus, magari composta da giovani disoccupati e volenterosi, servono circa  400 euro fra tasse balzelli inutili.
Diciamoci la verità, il mondo dei diritti non può essere appannaggio solo delle persone sane, e parlare della disabilità non può e non deve servire ad un mero e squallido tornaconto elettorale. Se la politica stessa fosse attuata a misura di chi non è autosufficiente, quante ingiustizie verrebbero colmate? Quanto vivremmo meglio tutti quanti? Da anni a Roma c’è un fermento di costruzioni come non se ne vedevano: è o non è compito della politica imporre a chi crea nuovi quartieri di ridurre l’impatto ambientale in favore dei disabili? È o non è compito della politica imporre ai costruttori di riservare strutture di sostegno da destinare a qualificate associazioni di volontari in cui tali soggetti possano essere seguiti? È o non è compito della politica vigilare che tutti coloro che ruotano attorno ai servizi sociali facciano il loro dovere con mezzi adeguati alla loro delicata funzione? Ma non solo: è o non è compito di tutti lasciare ai propri figli un mondo migliore di quello che abbiamo trovato? Una società che desse spazio solo per i membri autosufficienti e funzionali, non sarebbe una società degna dell’uomo.  
Al di sopra di qualsiasi interesse particolare, bisogna promuovere il bene integrale di queste persone anche se ciò comporta un maggior carico economico e sociale. Ma forse siamo più desiderosi di costruire gli stadi di Roma e Lazio, piuttosto che chiedere ai poteri economici di questa città di sedersi e ridare alla politica, cioè all’interesse generale, parte di ciò che questa le ha concesso con forse troppa leggerezza. Chiederei un impegno sincero di tutti per creare strutture di sostegno, tutele giuridiche capaci di rispondere ai bisogni e alle dinamiche di crescita delle persone disabili e di coloro che condividono la loro situazione, a partire dai loro familiari.
Ecco, penso che Matteo vi direbbe proprio questo. Lui che la politica non può farla, ma che la farebbe gratis pur di vedere i suoi coinquilini vivere in un mondo rispondente ai loro bisogni. Una cosa e concludo, la voglio dire a tutti coloro che pensano che la politica sia qualcosa di sporco. Non abbiate paura della politica: informatevi, pensate con la vostra testa, partecipate, marcate stretto la politica e sarà lei ad aver paura di voi!

mercoledì 11 luglio 2012

Gallicano: il quadro politico dopo le elezioni per l'UA

Le recenti elezioni dell'UA di Gallicano nel Lazio hanno destato molto fervore politico. In un momento in cui l'antipolitica galoppa a ritmi alquanto sostenuti, è sembrata assai pleonastica la presentazione di ben 4 liste. Ma andiamo a vedere cosa è successo. La lista n.1, candidato presidente Antonio Calarese, presidente uscente, ha vinto le elezioni, riconfermando la presidenza con circa 5 voti di scarto sulla lista n.4, candidato presidente D'Offizi Antonio che aveva l'appoggio ufficiale del Partito Democratico di Gallicano. Le altre due liste, lista n.2 candidato presidente Macchia Stefano e lista n.3 candidato presidente Ciamei Andrea, erano tutte e due di estrazione "centrodestra"... più destra che centro. A ben guardare, quello che in pochi hanno analizzato, ma che mi risalta agli occhi è che nulla è cambiato dagli asseti politici di Gallicano, e pergiunta dell'UA. Un tempo il PCI vinceva all'UA e la DC faceva cappotto in consiglio comunale. La destra era perennemente "esclusa" dall'agone politico gallicanese, eccezion fatta per una breve parentesi, quasi una meteora.Un partito è fatto dai militanti, ma anche dagli elettori e dai sostenitori. Il Partito Democratico di Gallicano, che dovrebbe promanare dal vecchio PCI, ha perso la carica ideologica originaria, facendo posto ad altre concezioni politiche quali quelle del vecchio centrosinistra della prima repubblica, possiamo definirla una social-democrazia-cristiana. Mentre invece, la lista di Antonio Calarese ha mantenuto la verve (e l'elettorato) dell'ormai defunto PCI che, però, a ben guardare, tanto defunto non è visto che, tra i più votati per le elezioni dell'UA, in assoluto compaiono due candidati proprio dela lista Calarese. Ne esce fuori una destra che dovrà ripensare alcuni assetti organizzativi. Spaccata fondamentalmente in due liste, il voto ha rappresentato un chiaro segnale da parte degli elettori. Le 81 preferenze della lista n.2 appoggiata dal PDL contro le 103 della lista n.3 di Andrea Ciamei, sono da ascrivere ad un chiaro messaggio: esiste una destra, ufficiale, rappresentata in consiglio comunale, che però evidentemente rappresenta "il vecchio". Esiste una "nuova" area di destra che riscuote interesse proprio perché slegata da quelle logiche di partito, rigide ed indiscutibili, che dopo un po' stancano. Il quadro mi pare chiaro. Esiste un centro-sinistra, rappresentato dall'attuale PD e maggioranza in consiglio comunale, una sinistra rappresentata dal gruppo di Antonio Calarese, un PDL che dovrà giocoforza ridiscutere assetti e strategie ed una "nuova destra", probabilmente più a destra del PDL che riscuote simpatie e rappresenta una novità. Con questo quadro si aprono i giuochi per la corsa alle comunali dell'anno prossimo. Il taglio del nastro lo ha fatto Marcello Accordino, attuale vicesindaco, con la lettera indirizzata al PD. Ma questa è un'altra storia, di cui tratterò.